A sorta fairytale
Stamattina mi sono svegliata di nuovo con un fantastico mal di gola oltre che con il mal di pancia mensile d'ordinanza (e poi uno si va a chiedere a che serve che la tecnologia avanzi). Eccerto che se uno va passando le sue serate sotto un souvlaki dalla temperatura di un altoforno che, una volta spento all'improvviso, lascia dietro di sé gelo e vento dovrebbe pure aspettarsi risultati di questo genere. Io amo l'inverno, giuro. Solo che vorrei un po' più di neve, per lo meno per giustificare i maglioni pesanti e il clima tropicale che si crea in facoltà di questi tempi.
[Perché avere 700 canzoni nell'iPod vecchioscassato quando nessuna riesce a soddisfare i propri bisogni?]
L'ingiustificabile euforia di questi giorni è la statua di marmo che i greci mettevano davanti all'abisso per non vederlo? Forse. E forse cercare di salvare qualcosa che è irrimediabilmente morto da tempo è abbastanza inutile. [Per la cronaca non sto affatto parlando della mia situazione sentimentale, che è idilliaca come al solito.] Comunque non sono ancora arrivata alla fase iconoclasta e nichilista, quindi abbiamo ancora qualche speranza, o forse si sta solo cercando di rimuovere il problema.
dada
Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3,
eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare,
gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta,
irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla
vita tanto quanto l'ultima apparizione di una gallina dimostri l'essenza di Dio.
Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio
contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di
qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare
contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro
l'azione, per la contraddizione continua e anche per l'affermazione, non sono nè favorevole
nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.
Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa
nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare
l'origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali
che i neri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale
regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena:
DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un'arte per i neonati, per altri santoni,
versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e
chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola,
ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata,
prodotto umano relativo.
L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un'opera d'arte non è mai
bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può
esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si
crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far
ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l'uomo? Parlo sempre di
me perché non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella
mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare.
Così nacque DADA da un bisogno d'indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano
liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste
e futuriste: laboratori di idee formali: forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il
pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il
ritmo della pancia vista di profilo.
Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta
aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo
crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza
oggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e
illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni,
organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido
della sensazione del momento.
Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di
spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali
travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell'umanità .Un quadro è l'arte
di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti
ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità.
Questo mondo non è specificato, né definito nell'opera, appartiene alle sue innumerevoli
variazioni allo spettatore.
La spontaneità dadaista.
L'arte è una cosa privata. L'artista lo fa per se stesso. L'artista, il poeta, apprezza il
veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. È felice quando si
sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e
incomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa.
Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare,
pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la
decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione
della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione
distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin'ora dal senso pudibondo
del comodo compromesso e della buona educazione: DADA; abolizione della logica; belletto
degli impotenti della creazione: DADA; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori
stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i
sentimenti e il buio, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono
armi per la lotta: DADA; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell'archeologia:
DADA; abolizione dei profeti: DADA; abolizione del futuro: DADA; fede assoluta
irrefutabile in ogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA.
(Tristan Tzara, 1918)
bottonistica
licenza
In questo blog tutto (grafica, testi, foto), a meno che non sia specificato, è farina del mio sacco e quindi è sottoposto a
che vuol dire: prendete quello che volete, basta che diciate che è mio, non lo usiate per scopi commerciali e lo condividiate in questa stessa maniera.