lunedì, settembre 24, 2007

Dieser Baum wird mich nicht überwachsen

Nei periodi di pressione psicologica che inesorabilmente si susseguono circa ogni tre mesi nella vita di un universitario medio con ansie da prestazione, quale sono io, si verifica spesso una contingenza di eventi negativi/negativizzanti che rendono la sessione d'esame sempre più spiacevole di quello che potrebbe normalmente essere essendo solo se stessa. (sovrabbondanza di sibilanti)
Giusto per recuperare esempi recenti nella mia vita vissuta: Gennaio-Febbraio tonsillite, Maggio-Giugno 47 gradi, Settembre decido all'improvviso un sabato pomeriggio che voglio laurearmi e devo ritirare moduli pagare bollettini consegnare attestati che devono essere valutati in fretta e furia. E sto seriamente cominciando a pensare di essere normale visto che vedo lucidamente la folle avventatezza della questione. Ma tant'è, la tesi la devo comunque scrivere ad ottobre, quindi.
Nel frattempo però preparo tedesco 3. E come di solito mi accade sotto esame-di-lingua macino con piacere la parte di letteratura e mi areno sulla linguistica. La quale a parte la scoperta dell'aggettivo affengeil e del sorriso strappatomi nel trovare nel testo la frase Kein Schwanz ist so hart wie das Leben non mi lascia granché interessata all'argomento Fachsprachen. La linguistica è una noia mortale. E nel mio cervellino due animelle si alternano, l'una dicendo "alles wird gut, ti è sempre andata bene, perché ora no" e l'altra "perché non ho studiato abbastanza, non mi ricordo non mi ricordo e questo non è mica francese, ricorda inglese!".  E in realtà io tendo a parteggiare per la seconda.
In tutto ciò il mio professore non è consapevole del fatto che sto per consegnare la domanda di laurea che ora andrò a compilare.

Chausseestraße 131


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martedì, settembre 11, 2007

Don't pretend you'll ever forget about me

Definizione di questo blog: distruttivo adolescenziale cresciuto. Che poi è quello che accade quando una bloggatrice adolescente distruttiva e tendenzialmente cinica diventa una bloggatrice twentysomething distruttiva e tendenzialmente cinica. Evidentemente le persone non cambiano quanto credono, un po' come le diottrie.
Dopo la solita introduzione autoreferenziale vorrei cominciare a postare un qualche raccontino di viaggio random che fa sempre bene all'intelletto (un po' come le Storie di Giulia in Erasmus a Lisbona™, tra cui spiccano "Quella della muffa nel Philadelphia" o "Quella del croissant che in portoghese si chiama croissant"). Premetto la morale: mai dare appuntamento il venerdì sera a ragazze del nord Europa che abitano a più di trenta minuti di U/S-Bahn dal luogo dell'appuntamento perché al cento per cento non si presenteranno non dico puntuali ma con un ritardo tollerabile (chessò, mezz'ora), e al novantanoveenove per cento non si presenteranno affatto. Cosa che appunto mi è successa il primo venerdì a Berlino (cos'era? tipo il 27 luglio). Il pomeriggio dopo le lezioni chiedo candidamente a Mayke e Lidy, le due angliste amsterdamensi, "was machen sie heute Abend?" e loro rispondono "um halb zehn in Hackescher Markt" (che per la cronaca significa che ci si vede alle nove e mezza, che per i tedeschi sono le mezze dieci). Buono, penso io, Hackescher Markt è una stazione ben raggiungibile e vicina, e anche se lì i locali sono squallidi poi nelle vicinanze ci sono Höfe molto carini e hip, tipo quello con le statue meccaniche di ferro che ogni tanto si muovono e sbattono gli occhioni. Ça va sans dire, alle dieci non si vede ancora nessuno e io & consorte ci sollazziamo con una simpatica microband da strada (rullante, charleston, tastiera e voce) composta da due svizzeri, di cui uno ticinese, che suona sotto uno degli archi della stazione della S.
Dopo circa un altro quarto d'ora mando un messaggio al numero tedesco di Christine, altra svizzera però francese, la quale non mi risponde se non dopo ancora un altro quarto d'ora, e nel mentre arriva Anthony, altro olandese mezzo irlandese, col quale il consorte inizia a discorrere in Denglisch o simili. Poi vengo chiamata da Mayke: loro sono ancora a casa. In dieci minuti si rendono conto che non arriveranno mai, cosa che noi avevamo già elaborato da tempo. Così mi decido a chiamare Angelo, caro amico & collega germanista nel suo ultimo Wochenende di Erasmus, il quale mi dà appuntamento alle undici all'Hauptgebäude della Humboldt. In Unter den Linden. Unter den Linden è una gran bella strada, ma è piena di musei e robe ufficiali, il venerdì sera è deserta. Io ci passerei la vita davanti all'Hauptgebäude della Humboldt in Unter den Linden se fosse sempre come il venerdì sera. Angelo e un’altra sua amica italiana di cui ho scordato il nome ci aspettano con una bottiglia di fetido pseudo prosecco tedesco comprato al Plus, la quale bottiglia sarà scolata nell’attesa degli altri, sotto la statua di Alexander von Humboldt, el segundo descubridor de Cuba. Nel mentre va contata anche una birra in una Kneipe offerta da Anthony.
Gli altri si presentano a mezzanotte. Il party alla Orbis fa schifo, andiamo ad un Weggehparty di una tipa che ha fatto il lettorato con una delle amiche di Angelo. Che abita in mezzo a Charlottenburg. Eh ma ci si arriva con la U9 da Zoo. La U9 è chiusa, ci sono i Bauarbeiten, e allora si prende l’Ersatzverkehr con il bus, oder? Arrivare a Zoo (Zoologischer Garten, quella delle eroinomani letterate e di Knut) non è difficile, venti minuti con il 200, che passa proprio di lì. E poi 10 minuti di Ersatzverkehr. E sì, sono solo quattro o cinque isolati dalla fermata. Il che si trasforma in altri quaranta minuti di cammino in una Charlottenburg deserta coi Döner vuoti che stanno chiudendo (e però prendiamo un’altra bottiglia di prosecco fetido che se no sta male, e qualche birra per rinfrescarci per la via).
I party berlinesi (e credo quelli di qualsiasi parte del mondo cosiddetto occidentale che non comprenda la mia personale compagnia di bravi ragazzi™) si riconoscono a un isolato (berlinese) o due di distanza. L’appartamento è abbastanza piccolo ma ben messo , totalmente svuotato di mobili, ad eccezione della cucina e di un armadio, un baule ed un materasso per terra in una stanza (il bagno non l’ho visto, c’era troppa coda). Sul pianerottolo e sulle scale (non c’è l’ascensore) si ammassano le centinaia di scarpe, altra simpatica abitudine giapponista tedesca: non si entra con le scarpe. Dentro l’atmosfera è variegata: c’è il dj con tutta l’attrezzatura che mette pop anni ’90, ragazzi che pomiciano, ballano, bevono, mangiano una strana focaccia col tzatziki, sempre gentilmente offerto dal Plus. Ovviamente io entro in modalità emo misantropa e mi deprimo. Io non ballo, mi siedo sul baule e bevo birra. Dopo un po’ la mia piccola isola di veleno è invasa da due tizi che si rotolano a turno sul materasso e sembrano molto molto molto andati. Alla fine io e il consorte decidiamo di ritirarci a casa, seguiti dal povero Anthony, perso in una novella Italienische Reise, come ha anche confessato lui prima (che poi alla fine si è scoperto che non ci capiva solo per il linguaggio sguaiato e l’accento altamurano di Angelo, dato che aveva passato un anno di Sprachkurs a Perugia un paio anni fa). Ri-quaranta minuti di cammino e perdiamo per un soffio il bus per Gesundbrunnen, stazione U ed S che avrebbe riportato me & consorte alla ex stazione fantasma Nordbahnhof ed Anthony agli alloggi dell’università, quelli dove abitano anche le altre ragazze, quelli praticamente in Polonia. La cosa buona di Berlino è che i mezzi pubblici nel Wochenende girano anche di notte, circa uno ogni venti minuti. Non so dirvi a che ora siamo tornati a casa, so dire solo che c’erano quattro tipi che stavano chiudendo il cancello dell’Hof e che il sole era ancora lungi dal sorgere.

MilleMilaColori


SpoonG | 23:59 | commenti (13) | permaloso



 

photoblog

dada


Per lanciare un manifesto bisogna volere: A, B, C, scagliare invettive contro 1, 2, 3, eccitarsi e aguzzare le ali per conquistare e diffonder grandi e piccole a, b, c, firmare, gridare, bestemmiare, imprimere alla propria prosa l'accento dell'ovvietà assoluta, irrifiutabile, dimostrare il proprio non-plus-ultra e sostenere che la novità somiglia alla vita tanto quanto l'ultima apparizione di una gallina dimostri l'essenza di Dio.
Scrivo un manifesto e non voglio niente, eppure certe cose le dico, e sono per principio contro i manifesti, come del resto sono contro i principi (misurini per il valore morale di qualunque frase). Scrivo questo manifesto per provare che si possono fare contemporaneamente azioni contradittorie, in un unico refrigerante respiro; sono contro l'azione, per la contraddizione continua e anche per l'affermazione, non sono nè favorevole nè contrario e non dò spiegazioni perchè detesto il buon senso.
DADA non significa nulla.
Se lo si giustifica futile e non si vuol perdere tempo per una parola che non significa nulla. Il primo pensiero che ronza in questi cervelli è di ordine batteriologico: trovare l'origine etimologica, storica, o per lo meno psicologica. Si viene a sapere dai giornali che i neri Kru chiamano la coda di una vacca sacra DADA. Il cubo e la madre di non so quale regione italiana: DADA. Il cavallo a dondolo, la balia, doppia conferma russa e romena: DADA . Alcuni giornalisti eruditi ci vedono un'arte per i neonati, per altri santoni, versione attuale di Gesùcheparlaaifanciulli, è il ritorno ad un primitivismo arido e chiassoso, chiassoso e monotono. Non si può costruire tutta la sensibilità su una parola, ogni costruzione converge nella perfezione che annoia, idea stagnante di una palude dorata, prodotto umano relativo.
L'opera d'arte non deve rappresentare la bellezza che è morta. Un'opera d'arte non è mai bella per decreto legge, obiettivamente, all'unanimità. La critica è inutile, non può esistere che soggettivamente, ciascuno la sua, e senza alcun carattere di universalità. Si crede forse di aver trovato una base psichica comune a tutta l'umanità? Come si può far ordine nel caos di questa informa entità infinitamente variabile: l'uomo? Parlo sempre di me perché non voglio convincere nessuno, non ho il diritto di trascinare gli altri nella mia corrente, non costringo nessuno a seguirmi e ciascuno si fa l'arte che gli pare. Così nacque DADA da un bisogno d'indipendenza. Quelli che dipendono da noi restano liberi. Noi non ci basiamo su nessuna teoria. Ne abbiamo abbastanza delle accademie cubiste e futuriste: laboratori di idee formali: forse che l'arte si fa per soldi e per lisciare il pelo dei nostri cari borghesi? Le rime hanno il suono delle monete. Il ritmo segue e il ritmo della pancia vista di profilo.
Tutti i gruppi di artisti sono finiti in banca, cavalcando differenti comete. Una porta aperta ha la possibilità di crogiolarsi nel caldo dei cuscini e nel cibo. Il pittore nuovo crea un mondo i cui elementi sono i suoi stessi mezzi, un'opera sobria e precisa, senza oggetto. L'artista nuovo si ribella: non dipinge più (riproduzione simbolica e illusionistica) ma crea direttamente con la pietra, il legno, il ferro, lo stagno, macigni, organismi, locomotive che si possono voltare da tutte le parti, secondo il vento limpido della sensazione del momento.
Qualunque opera pittorica o plastica è inutile; che almeno sia un mostro capace di spaventare gli spiriti servili, e non la decorazione sdolcinata dei refettori degli animali travestiti da uomini, illustrazioni della squallida favola dell'umanità .Un quadro è l'arte di fare incontrare due linee, parallele per constatazione geometrica, su una tela, davanti ai nostri occhi, secondo la realtà di un mondo basato su altre condizioni e possibilità. Questo mondo non è specificato, né definito nell'opera, appartiene alle sue innumerevoli variazioni allo spettatore.
La spontaneità dadaista.
L'arte è una cosa privata. L'artista lo fa per se stesso. L'artista, il poeta, apprezza il veleno della massa che si condensa nel caporeparto di questa industria. È felice quando si sente ingiuriato: una prova della sua incoerenza. Abbiamo bisogno di opere forti, dirette e incomprese, una volta per tutte. La logica è una complicazione. La logica è sempre falsa. Tutti gli uomini gridano: c'è un gran lavoro distruttivo, negativo da compiere: spazzare, pulire. Senza scopo nè progetto alcuno, senza organizzazione: la follia indomabile, la decomposizione. Qualsiasi prodotto del disgusto suscettibile di trasformarsi in negazione della famiglia è DADA; protesta a suon di pugni di tutto il proprio essere teso nell'azione distruttiva: DADA; presa di coscienza di tutti i mezzi repressi fin'ora dal senso pudibondo del comodo compromesso e della buona educazione: DADA; abolizione della logica; belletto degli impotenti della creazione: DADA; di ogni gerarchia ed equazione sociale di valori stabiliti dai servi che bazzicano tra noi: DADA; ogni oggetto, tutti gli oggetti, i sentimenti e il buio, le apparizioni e lo scontro inequivocabile delle linee parallele sono armi per la lotta: DADA; abolizione della memoria: DADA ; abolizione dell'archeologia: DADA; abolizione dei profeti: DADA; abolizione del futuro: DADA; fede assoluta irrefutabile in ogni Dio che sia il prodotto immediato della spontaneità: DADA.
(Tristan Tzara, 1918)









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